Verso nuovi modelli di business

Quante scarpe e borse vengono distrutte ogni anno solo perché non premiate dai consumatori o perché realizzate in quantitativi eccessivi rispetto l’effettiva domanda del mercato? Difficile dirlo, ma uno studio realizzato dall’European Environment Agency (EEA) nel 2024 stimava che il tasso di distruzione di calzature e capi nuovi mai indossati e giacenti nei magazzini fosse tra il 4% e il 9% dei volumi complessivamente prodotti. Stiamo parlando di una mole tra 264.000 e 594.000 tonnellate destinate a finire in un inceneritore o in discarica, salvo essere intercettati da stocchisti e rimessi in vendita o donati a organizzazioni benefiche.

Parlando con gli attori del settore, alla base di questo fenomeno apparentemente irragionevole ci sarebbe la motivazione che donando o rimettendo in circolazione capi e accessori di pregio a basso costo, il brand teme di incappare nell’effetto svalorizzazione delle proprie collezioni. Nemmeno la possibilità di rifabbricare l’articolo per adattarlo a nuovi contesti d’uso o a nuovi contenuti fashion appare una pratica facilmente percorribile: disassemblare una scarpa per recuperare parti da riutilizzare risulta impegnativo e costoso poichè ci sono troppi elementi di natura diversa e di piccole dimensioni. La possibilità di riciclare calzature, infine, è una pratica poco diffusa, focalizzata sul post consumo e sulle sneaker, solitamente macinate e utilizzate come basamento per parchi giochi o campi sportivi.

Le nuove direttive UE

Il divieto di distruzione dell’invenduto stabilito dalla Commissione UE con il regolamento Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR) è stato approvato nel 2024 e sarà in vigore per le grandi imprese già dal luglio 2026, mentre le PMI hanno tempo fino al 2030 per adeguarsi. L’applicazione del regolamento è stata meglio definita da due atti legislativi approvati il 9 febbraio scorso. In particolare, le aziende dovranno comunicare volumi e tipologia delle merci rimanenti in magazzino e indicare le azioni intraprese per il loro smaltimento. Le modalità di comunicazione saranno standardizzate per consentire un monitoraggio Paese per Paese dei volumi trattati e delle modalità di gestione adottate. L’atto si applicherà dal febbraio 2027.

Il secondo atto complementare esplicita le condizioni eccezionali in cui l’invenduto può essere distrutto, tra cui potenziali minacce alla salute e alla sicurezza degli utilizzatori, danni ai prodotti a seguito della loro manipolazione, inidoneità dei prodotti all’uso cui sono destinati o a causa della violazione dei diritti di proprietà intellettuale e mancata accettazione dei prodotti offerti in donazione. L’azienda che si avvale della deroga deve essere in grado di dimostrarne la pertinenza (non è ancora chiaro mediante quali procedure) e deve conservare la documentazione per cinque anni. La mancanza di condizioni che possano rendere l’articolo riusabile o rifabbricabile chiama in causa il Regolamento ecodesign ma anche il principio di “Responsabilità estesa del produttore” in base al quale chi realizza beni di consumo deve preoccuparsi del fine vita degli stessi, allungarne i tempi di utilizzo e renderne possibile il riciclo.

Nuove prospettive di business

Il divieto a distruggere l’invenduto suggerisce cambiamenti nel modo stesso di organizzare i flussi produttivi da parte delle imprese e che saranno spinte a privilegiare approcci on demand nella programmazione della produzione per evitare di accumulare eccedenze produttive. Si ipotizzano quindi spazi di business e di crescita a soggetti spesso considerati marginali nella filiera della moda e che hanno così l’opportunità di uscire dal cono d’ombra abituale, come stockisti e imprese commerciali che acquistano volumi di merce invenduta e la rimettono in circolazione utilizzando reti di soggetti della distribuzione come operatori dei mercati rionali, negozi second hand, temporary factory, outlet e piccoli commercianti.

Vi è poi il terzo settore, quell’articolato mondo di volontariato che volentieri accetterebbe donazioni da destinare a utenti svantaggiati, ma che raramente viene intercettato dai brand. Non mancheranno inoltre opportunità di collaborazione con start up e artigiani, ad esempio per la rifabbricazione di articoli o per le operazioni di debrandizzazione necessarie per un riposizionamento sul mercato senza indebolire il marchio. Insomma, la discarica deve essere proprio l’ultimo posto a cui destinare un bel paio di scarpe nuove.

Il ruolo dei consorzi EPR

In questa partita i consorzi EPR per il tessile e la moda nati in Italia in applicazione alla Direttiva quadro varata nell’ottobre 2025 sui rifiuti, assumono un ruolo importante nella prevenzione del fenomeno, supportando brand e confezionisti nella corretta gestione del problema. Ecco come Erion Textiles ed Ecotessili, due tra i principali consorzi tessili-moda presenti in Italia hanno raccontato la propria posizione.

Luca Campadello


«Erion Textiles – ci spiega Luca Campadello, direttore generale di Erion Textiles – collabora con i brand e con gli attori della filiera del Tessile per individuare soluzioni efficaci per la gestione dei prodotti invenduti, in linea con quanto disposto dall’ESPR. Il nostro approccio segue la gerarchia europea dei rifiuti e valuta diverse opzioni in funzione delle condizioni del prodotto e dei volumi disponibili. La priorità è la ricollocazione dell’invenduto sul mercato, attraverso il coinvolgimento di operatori specializzati e, quando opportuno, di organizzazioni sociali. Quando, invece, i capi presentano difetti, possiamo attivare progetti di riparazione con soggetti della nostra rete di convenzionati, con l’obiettivo di una successiva rivendita».

Campadello spiega che in questi percorsi il brand può essere coinvolto anche direttamente, fino ad arrivare a iniziative di upcycling anche su accessori come scarpe e borse. Per i prodotti che non è possibile ricollocare o riparare, si può optare – in base a volumi e composizione – per attività di selezione e separazione dei materiali finalizzate al riciclo, oppure per percorsi di downcycling. «Per le scarpe e le borse, Erion Textiles collabora con operatori attivi nella rivendita, nell’upcycling e nel riciclo dei materiali. Considerata la complessa regolamentazione sul tema, il Consorzio supporta le imprese nella comprensione degli adempimenti normativi quali, ad esempio, l’obbligo di rendere disponibili informazioni annuali sulla dismissione dei prodotti di consumo invenduti».

Ridisegnare le strategie industriali

Giancarlo Dezio

Giancarlo Dezio è invece il direttore generale del consorzio Ecotessili. «Il divieto di distruzione dell’invenduto per il comparto calzature, borse e accessori – ci spiega- segna un cambio di paradigma cruciale: l’eccesso di magazzino non può più essere considerato un rifiuto di cui disfarsi, ma deve diventare una leva per ridisegnare le strategie industriali in chiave sostenibile. Se a una prima analisi il provvedimento europeo appare come un argine al fenomeno del fast fashion, per il consorzio Ecotessili rappresenta soprattutto uno stimolo a investire sulla durabilità e sulla riparabilità.

È su questo tema che l’intera filiera della pelletteria è chiamata a riflettere: estendere il ciclo di vita di un mocassino o di una pochette ha come riflesso immediato una drastica riduzione della produzione di scarti e l’avvio di una rete di riparatori, coinvolgendo direttamente la responsabilità del produttore e le scelte del consumatore». Dezio aggiunge che nonostante il regolamento preveda specifiche deroghe, resta fermo l’obbligo per le aziende di rendicontare con estrema precisione le modalità di gestione dei prodotti invenduti. Questa trasparenza informativa, unita alle rigide prescrizioni ESPR, diventerà parte integrante del nuovo modello di Responsabilità Estesa del Produttore. In questo scenario
di profonda trasformazione normativa».

Rifiuti come valore e solidarietà

Matteo Lovatti

«Il divieto di distruggere l’invenduto mette in evidenza un fatto concreto: difficilmente i brand potranno risolvere il problema da soli, ma dovranno avvalersi di soggetti con cui collaborare per individuare, di volta in volta, le soluzioni adeguate, modalità e soluzioni per rivalorizzare le eccedenze di magazzino e i resi dell’ecommerce: vendita, donazione, riparazione, disassemblaggio e nel caso di articoli danneggiati, riciclo». Ne è convinto Matteo Lovatti, presidente di Vesti Solidale, una Cooperativa Sociale ONLUS attiva dal 1998, nata all’interno di un Sistema di Cooperative sostenuto da Caritas Ambrosiana e parte del Consorzio Farsi Prossimo e della Rete nazionale CGM.

A Rho, Vesti Solidale dispone di un TEXTILE HUB che può gestire 20.000 tonnellate di rifiuti tessili all’anno. Si tratta di capi e accessori conferiti direttamente dai cittadini attraverso i cassonetti gialli a marchio Caritas, ma anche di articoli preconsumo forniti dalle aziende, scarti di lavorazione come filati e tessuti e naturalmente articoli invenduti. «Ritiriamo e stocchiamo i capi, valutiamo le caratteristiche di ognuno di essi per l’eventuale riparazione e rivendita nei negozi second hand.

Le calzature hanno un ruolo non marginale: sono infatti circa il 15% dei volumi che transitano nella nostra struttura. Per le aziende della moda collaborare con imprese sociali come Vesti Solidale non è solo un modo per risolvere un problema e adempiere agli obblighi imposti dal regolamento UE sul divieto di distruzione dell’invenduto, ma l’occasione di contribuire a iniziative che generano valore sociale. Reinvestendo parte dei ricavi nei progetti delle cooperative socie del Consorzio Farsi Prossimo, in questi anni abbiamo potuto realizzare 225 azioni sul territorio della diocesi di Milano a favore di oltre 9.000 persone in difficoltà».

La Cooperativa Sociale ONLUS Vesti Solidale può gestire 20.000 tonnellate di rifiuti tessili all’anno
Verso nuovi modelli di business - Ultima modifica: 2026-08-19T07:00:00+02:00 da Aurora Magni

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