Tre aziende, tre approcci radicalmente diversi alla materia, un unico obiettivo: ripensare come una scarpa prende forma, dall’ideazione alla produzione. Il progetto Korvaa nasce dall’incontro tra Modern Synthesis, realtà londinese che lavora sulla nanocellulosa batterica trasformandola in nuovi tessili performanti, Ecovative, biotech company statunitense pioniera nello sviluppo di materiali a base di micelio, e Ourobio, azienda di material science che utilizza microrganismi ingegnerizzati per creare polimeri bio-based alternativi alla plastica. Più che una collaborazione, Korvaa si configura come un vero e proprio consorzio sperimentale, in cui scienza, design e storytelling convergono per esplorare nuove possibilità applicative dei biomateriali, coinvolgendo aziende, designer,
ricercatori e creativi.
È proprio nella distanza tra queste competenze che si misura la forza del progetto. Dalle interviste emerge chiaramente come la complessità non fosse solo tecnica, ma legata alla necessità di costruire un terreno comune tra approcci molto diversi. «Integrare questi processi biologici è stata tanto una sfida umana quanto tecnica», raccontano da Modern Synthesis. «Abbiamo dovuto imparare a tradurre e far dialogare linguaggi materiali completamente differenti».
La concept shoe

Nel footwear, innovare ha sempre significato aggiungere: nuovi materiali, nuovi layer, nuove complessità. Korvaa prende questa logica e la ribalta: non aggiunge, ma seleziona; non stratifica, ma integra. E soprattutto, non assembla: coltiva. Presentata per la prima volta al Future Fabrics Expo di Londra nel giugno 2025, la concept shoe rappresenta un punto di discontinuità concreto per il settore, aprendo il dialogo a livello internazionale sull’innovazione sostenibile. Non si tratta di un esercizio stilistico, ma di un vero modello di riferimento per una manifattura che guarda alla natura come principio ingegneristico, più che come semplice fonte di ispirazione.
La portata del progetto emerge con chiarezza se si considera la complessità strutturale di una scarpa tradizionale, che può includere oltre trenta componenti distinti, spesso difficili da separare e riciclare. Korvaa dimostra che lo stesso risultato può essere raggiunto con una drastica riduzione degli input materiali, ridefinendo il rapporto tra performance, processo e sostenibilità. «Volevamo evidenziare che si può affrontare la complessità del design con soli cinque materiali», spiegano dal team Ourobio. «Ridurre i materiali significa ridurre anche la chimica tossica e semplificare radicalmente il fine vita del prodotto».
Un dialogo tra tecnologie
Il cuore del progetto risiede nella capacità di far dialogare tre tecnologie profondamente diverse. La nanocellulosa batterica sviluppata da Modern Synthesis si comporta come una piattaforma strutturale, una sorta di infrastruttura biologica su cui costruire. «È uno straordinario vettore biologico», ci spiega Molly Simpson, Senior Content Strategist dell’azienda. «Fornisce una struttura stabile che permette di incorporare ingredienti naturali e modulare le proprietà del materiale direttamente a livello strutturale».
Fondata dall’ex designer Adidas Jen Keane insieme al biologo sintetico Dr. Ben Reeve, Modern Synthesis si muove proprio su questo confine tra scienza e progetto, lavorando per “dare vita ai materiali” attraverso processi di fermentazione. Nel caso della scarpa Korvaa, la nanocellulosa riveste l’upper in organza di cotone conferendo un’estetica trasparente e contemporanea, ma allo stesso tempo contribuisce alla stabilità della scarpa attraverso rinforzi localizzati in combinazione con lyocell. «A differenza degli upper convenzionali, basati su plastiche e finissaggi complessi, questo materiale offre prestazioni elevate con un impatto ambientale significativamente ridotto», aggiunge.
Se la superficie è definita dalla nanocellulosa, la struttura prende forma attraverso il lavoro di Ourobio. Qui entra in gioco il PHA, una famiglia di poliesteri bio-based e biodegradabili che può essere progettata per assumere proprietà molto diverse, adattandosi a specifiche esigenze funzionali. «I PHA possono essere combinati tra loro per ottenere un’ampia gamma di proprietà e prestazioni», racconta Alec Brewer, co-founder di Ourobio, evidenziando come la versatilità del materiale sia uno degli elementi chiave per sostituire le plastiche tradizionali. Attraverso la stampa 3D, il PHA viene trasformato in uno scaffold strutturale che non solo garantisce resistenza e deformabilità, ma crea anche le condizioni ideali per la fase successiva del processo. «Abbiamo lavorato combinando fasi cristalline e amorfe per ottenere una struttura capace di deformarsi sotto pressione, mantenendo al tempo stesso integrità. La porosità non è solo un dettaglio tecnico, ma una condizione necessaria per la crescita del micelio».

La suola non viene assemblata, ma cresce
Proprio qui il progetto compie il salto più radicale. La suola non viene assemblata, ma cresce. Il micelio sviluppato da Ecovative colonizza lo scaffold in PHA in circa sette giorni, creando una struttura continua senza l’utilizzo di adesivi. «Questa scarpa dimostra cosa diventa possibile quando tre processi biologici distinti lavorano insieme», afferma Eben Bayer, co-founder e
CEO di Ecovative. «Ogni materiale è stato scelto per ciò che sa fare meglio e, insieme, mostrano che la biologia può produrre oggetti complessi che tradizionalmente richiedono decine di componenti sintetici. Collaborazioni come questa sono fondamentali per costruire un sistema di materiali in equilibrio con il pianeta».
Questo passaggio introduce una logica completamente nuova per il settore: quella dell’integrazione biologica, in cui il prodotto non è più la somma di parti separate, ma il risultato di un processo continuo. «La natura non lavora per silos, ma per sistemi», sottolinea ancora Molly Simpson. «Il nostro obiettivo era dimostrare che anche queste tecnologie possono coesistere in un unico oggetto funzionale». Integrare questi tre sistemi non è stato un percorso lineare. Coordinare realtà distribuite tra Europa e Stati Uniti ha richiesto un lavoro di allineamento profondo, fino a quando i diversi linguaggi materiali non hanno trovato un punto di contatto comune. Il risultato è un oggetto che non imita la natura, ma ne replica i principi operativi, basati su sistemi interconnessi e non su componenti isolati.

di micelio, © Ecoative


© Modern Synthesis
Uno sguardo al futuro
Nonostante il potenziale, la scarpa resta oggi un prototipo. Le sfide per la scalabilità sono ancora aperte e riguardano la durabilità, l’integrazione nelle filiere esistenti e i costi dei biomateriali, oltre a un contesto normativo che fatica ancora a definire con precisione cosa sia realmente sostenibile. «La tecnologia esiste, ma ora è necessario integrarla nelle filiere esistenti», spiega Simpson. «Serve collaborazione con brand e partner industriali per passare dalla sperimentazione alla produzione». E aggiunge Brewer: «Esistono ancora ambiguità su cosa significhi davvero “sostenibile” o “bio-based”. E i costi sono influenzati dal fatto che queste tecnologie sono ancora emergenti, mentre le plastiche tradizionali beneficiano di economie di scala e sussidi».
Nel frattempo, Korvaa continua il suo percorso anche come oggetto culturale e di confronto per il settore. Dopo essere stata esposta alla mostra Performance Without Toxicity presso Fabrica X a Londra, la scarpa è oggi presentata alla Fiskars Art & Design Biennale in Finlandia, dove rimarrà fino ad agosto. Più che una scarpa, Korvaa è un cambio di prospettiva. Introduce l’idea che il futuro del footwear non passi necessariamente da materiali sempre più performanti, ma da sistemi più intelligenti, in grado di integrare funzione, processo e ciclo di vita in un’unica logica coerente. Per un’industria abituata a costruire per addizione, l’ipotesi di far crescere un prodotto potrebbe rappresentare la trasformazione più radicale di tutte.







