Dalle collezioni autunno inverno 2026 emerge un panorama fatto di contrasti, ritorni e trasformazioni. Il rigore dominante è interrotto
da improvvisi eccessi, mentre i classici diventano oggetto di sperimentazioni. Così le calzature affermano il proprio ruolo come elemento centrale del linguaggio della moda.
Stringi i lacci
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nell’estrema diffusione di stivali stringati sulle passerelle dell’autunno inverno 2026, uno
dei simboli di una stagione che sembra muoversi senza direzione precisa, nella quale sono i dettagli a prendersi la scena. Tra le
capitali della moda, Milano ha messo a fuoco il concetto: si può sottrarre, ma ciò che resta deve avere senso. A mettere in pratica questa teoria sono stati in primis Miuccia Prada e Raf Simons, con una collezione che esplode negli accessori. I boots diventano il punto focale: alti, teatrali, ricoperti di piume azzurre e attraversati da lacci gialli che spezzano l’armonia cromatica.
Se Prada destabilizza, Dolce&Gabbana consolida il proprio immaginario: il nero domina, ma non è mai statico. Gli stivali stringati, in pelle, raso o velluto, si inseriscono in un dialogo costante tra maschile e femminile, con disciplina sartoriale e sensualità. Gli ormai ribattezzati corset boots, allacciati fino al ginocchio e talvolta oltre, sono destinati a diventare l’ossessione stagionale.
Marni, sotto la nuova direzione di Meryll Rogge, li inserisce in un racconto fatto di memoria e reinvenzione in cui le cuciture diventano segni identitari e le proporzioni si spostano. I suoi stivali, in colori accesi con lacci a contrasto, si collocano in una rilettura aggiornata del passato del brand. Anche Elisabetta Franchi guarda indietro, ma lo fa ispirandosi all’immaginario vittoriano, proponendo silhouette rigorose e pizzi che sfiorano la pelle, declinati nel nero più profondo. Il nero è protagonista, con forza diversa, anche nella visione di Roberto Cavalli sotto la guida di Fausto Puglisi. La sua è una scelta radicale, quasi una sottrazione identitaria per un brand storicamente legato all’eccesso cromatico. Gli stivali scandiscono il passo con decisione, inserendosi in un’estetica dark, carnale e magnetica, fatta di pelle stampata, superfici lucide e tensione costante tra luce e profondità.
Infine, il concetto giapponese di “ma”, ovvero l’intervallo tra due elementi, trova una traduzione concreta nella proposta di Andrea Pompilio per Onitsuka Tiger. Qui il modello si contamina con il linguaggio outdoor, diventano un ibrido tra scarponcini tecnici e oggetto alla moda. Non appartengono né al formale né all’informale, ed è proprio nel mezzo che acquisiscono senso. Guardando al lato poetico del fenomeno, allacciare gli stivali richiede tempo e pazienza, un gesto che obbliga a rallentare, a costruire, nodo dopo nodo, il nostro stile, in un mondo che corre.
Il nuovo animalier
Le stampe animalier, da sempre presenti nel linguaggio visivo della moda, sulle passerelle per la prossima stagione assumono una forma diversa, più controllata e meno prevedibile. La collezione Khaite prende spunto dal film documentario F For Fake di Orson Welles del
1973 e lavora su un continuo gioco tra vero e costruito. Le linee oscillano tra gli anni Settanta e i primi Ottanta, a cavallo tra morbidezza e
controllo e in questo contesto si inseriscono le pumps accollate in snakeskin. Da Fendi, con la direzione di Maria Grazia Chiuri, l’animalier si inserisce in una narrazione più ampia. I sandali con la zeppa, nei toni di beige, grigio e giallo, attirano lo sguardo e le stampe diventano parte di un sistema di relazioni tra culture, esperienze e generazioni.
Per Jonny Johansson di Acne Studios il lavoro è ancora diverso. Il brand, al trentesimo anniversario, riflette sul proprio archivio
trattandolo come materia viva. Le décolleté in snakeskin, con punta piegata e costruzione irregolare, destabilizzano l’idea stessa di classico, in una collezione in cui i pattern tradizionali vengono alterati e quasi messi in crisi. L’animalier qui non è decorazione, ma un elemento che sposta l’equilibrio estetico. Anche Genny lavora sul contrasto. Guardando molto indietro, fino al Direttorio (1795/1799) e alle figure degli Incroyables e Merveilleuses, prende forma uno stile rigoroso, costruito con precisione quasi architettonica. Su questa struttura si inseriscono i mocassini in una versione quasi astratta della stampa maculata. Il risultato è un contrasto evidente, con l’animalier che alleggerisce la formalità, spostando l’equilibrio dell’intero look.
Con Santoni, il discorso si fa più intimo: le décolleté Nora in cavallino maculato sono il fulcro di una collezione che lavora sulla luce e sulla gradualità. La stampa non è mai aggressiva e il tacco a rocchetto e la costruzione artigianale riportano tutto a una dimensione concreta, dove il pattern diventa superficie tattile prima ancora che visiva. Guardando l’insieme, emerge un cambiamento sottile, ma decisivo: queste fantasie non cercano più di dominare lo sguardo, ma guadagnano un modo di esistere meno evidente, ma molto più preciso.
Dividere per definire
A volte basta poco, due colori a contrasto e una divisione precisa ed ecco che un modello di scarpe acquisisce carattere. Sulle passerelle per il prossimo autunno inverno, il bicolore si è imposto proprio in questo modo. Il punto di riferimento in questo caso non può che essere Chanel, le cui slingback bicolore, oltre a essere un marchio di fabbrica, sono ormai un oggetto di culto. Con la direzione creativa di
Matthieu Blazy, però, le calzature two-tone da classico intramontabile diventano it shoes di stagione. La griffe, infatti, oltre alle iconiche slingback con la punta a contrasto, ha fatto sfilare un’intera gamma di silhouette, che include pumps, stivali, mules, Mary Jane e sandali. Lo stacco cromatico non resta confinato alla punta, ma si espande e diventa parte integrante della costruzione delle scarpe. Da Ferragamo, Maximilian Davis lavora su un altro registro. L’ispirazione agli anni Venti e a quell’immaginario speakeasy fatto di libertà e ambiguità, si traduce in contrasti cromatici più controllati. Décolleté affilate e slingback con scolli profondi giocano su combinazioni che richiamano le uniformi nautiche.
Per la nuova collezione di N°21 Alessandro Dell’Acqua si avvicina a una dimensione più quotidiana. Nonostante questo, le scarpe sono glitterate, in nero o argento, e si illuminano ulteriormente grazie alle punte in raso, bianco, rosa o beige, sempre a contrasto. Il gioco
cromatico è deciso, ma misurato, mettendo in evidenza il design essenziale delle scarpe. Nel lavoro di Niccolò Pasqualetti, invece, il two-tone diventa materico. Gli stivali in suede burgundy e nappa nera mettono in relazione superfici diverse prima ancora che colori. Così il contrasto è anche tattile. Questa è del resto la chiave di lettura di una collezione in cui tutto si gioca nella frizione tra superfici opache e
lucide e tra materiali morbidi e più strutturati.
Da Tom Ford, sotto la guida di Haider Ackermann, le pumps appuntite con lacci incrociati lavorano su opposizioni nette, chiaro e scuro, rigido e avvolgente. Il bicolore diventa parte di un discorso più ampio sulla dualità di un’estetica gelidamente seducente, ispirata al mondo
edonista e inquietante di American Psycho, il romanzo del 1991 di Brett Easton Ellis. Infine, Jacquemus porta tutto su un piano più grafico. I sandali con lacci che risalgono la caviglia si costruiscono su geometrie semplici, ma incisive. Il colore segue la linea e la enfatizza. In conclusione, tutto si riduce a una linea. Quel semplice confine netto tra due colori attira lo sguardo e ridisegna la forma delle scarpe.
A tutto volume
Le proposte per l’autunno inverno 2026 si organizzano attorno a due direzioni opposte. Da un lato c’è un minimalismo ricercato, all’opposto tutto ciò che lo contraddice: l’eccesso, l’ironia, i volumi improbabili e i dettagli che sfiorano il surreale. Non è una novità assoluta; c’è una lunga tradizione di provocazioni eccellenti che ha avuto il suo climax negli anni Ottanta, da Thierry Mugler a Jean Paul Gaultier passando per Vivienne Westwood, ma oggi cambia il modo di utilizzare l’effetto shock. Da Dior, con la direzione creativa di Jonathan Anderson, questo approccio ha preso una forma quasi poetica. La sfilata della griffe per la prossima stagione, nel giardino delle Tuileries, evoca una dimensione in cui realtà e artificio si sovrappongono. In questo contesto, i sandali T-strap diventano elementi
quasi irreali, con ninfee in ceramica che sembrano posate casualmente sui tacchi, come fossero quasi sospese.
Con DSquared2 l’immaginario si sposta in alta quota, tra chalet e piste. Gli scarponi da sci hanno infatti i tacchi, trasformando un
oggetto tecnico in qualcosa di dichiaratamente teatrale. Da Bottega Veneta, Louise Trotter lavora invece sulla materia. Le scarpe sono ricoperte di superfici pelose, soffici e volumetriche; décolleté, mules e stringate, vengono tutte animate da queste texture che alterano la percezione delle silhouette.
Nel lavoro di Jorge Luis Salinas, l’attenzione si sposta verso l’artigianato della tradizione peruviana. La collezione rilegge l’eredità del periodo del Virreinato e prende forma attraverso lavorazioni all’uncinetto e strutture realizzate a mano. Le calzature diventano parte fondamentale di questo sistema, fatto di volumi marcati e texture dense. I materiali, cotone Pima e alpaca, trasformano ogni modello in un oggetto complesso e quasi scultoreo.
In questo panorama, colpi di scena si sono visti perfino in contesti decisamente inusuali, come sulla passerella dell’alfiere del New York chic Michael Kors, all’interno di una collezione ancorata alla realtà urbana, o nelle sfilate di Givenchy e Carven, entrambe focalizzate sulla ricerca di equilibrio nella contemporaneità. Ciò che emerge è una tendenza precisa: rimettere in discussione uno stile attraverso l’eccesso, a partire dall’uso inedito della materia.
A passo deciso
Sembrano essere ovunque. Dalla montagna alle passerelle, passando per le strade delle nostre città, gli scarponi da trekking sono destinati a entrare a far parte del guardaroba di tutti. Nelle collezioni uomo autunno inverno 2026, gli hiking boots si impongono come alternativa al dominio delle sneakers. Brunello Cucinelli li inserisce in modo calibrato in una visione che dialoga con la natura in modo diretto, in pelle vissuta, con lacci tono su tono. Per Giorgio Armani, con la direzione creativa di Leo Dell’Orco, i boots si muovono in un contesto diverso, incontrando una tipica eleganza fluida, fatta di volumi morbidi e colori cangianti. Gli scarponi in suede, strutturati ma leggeri nella percezione, costituiscono la solida base di silhouette rilassate, fatte di cappotti e pantaloni ampi; uno stile che fa riferimento all’après-ski in maniera sottile. Da Prada si punta su impatti forti e diretti, lavorando tra familiarità e trasformazione. Gli scarponi diventano più compatti, quasi bombati, con suole spesse e lacci fluo che interrompono la neutralità del resto. È un contrasto evidente,
che inserisce un elemento tecnico dentro una costruzione rétro. Con Santoni, tutto si sposta su un piano materico, punto di forza della maison. Gli stivaletti Karl, colorati a mano con la tecnica della Velatura, giocano su profondità e riflessi. L’arancione Aurora vibra sulla pelle, mentre la suola tecnica riporta il modello alla sua origine funzionale.
Nel lavoro di Wooyoungmi, invece, la suggestione montana entra in un racconto più ampio. Gli hiking boots in pelle lucida fanno
parte di un guardaroba che attraversa epoche e geografie, tra riferimenti edoardiani e codici contemporanei. Onitsuka Tiger spinge questo
processo verso l’ibridazione. Gli scarponcini da montagna evolvono in chiave urbana e pop, con lacci gialli a contrasto e suole importanti.
L’outdoor nell’estetica contemporanea è completamente integrato in un sistema che mescola codici diversi senza gerarchie. L’intenzione sembra essere far entrare stabilmente gli hiking boots nel guardaroba quotidiano, del quale possono modificare le proporzioni, appesantendo la base, e rendere più d’impatto anche i look formali.
Back for good
Sembravano spariti. Poi, lentamente, hanno ricominciato a farsi vedere, all’inizio come dettaglio quasi casuale, poi sempre più come scelta intenzionale, fino all’attuale successo trasversale. Per la prossima stagione i mocassini confermano il loro ruolo centrale con una presenza costante e silenziosa. Il segnale è arrivato chiaro dalle passerelle milanesi, dove il ritorno a un certo classicismo attraversa l’intero sistema. Etro e Paul Smith lavorano su modelli riconoscibili, intervenendo senza strappi. Le suole si fanno più spesse, le pelli leggermente vissute e i dettagli, come fibbie o finiture consumate, introducono variazioni misurate.
Nel caso di Paul Smith, si inseriscono in un percorso costruito per accumulo, tra memoria personale e riferimenti culturali. Accanto a questa linea più strutturata, emerge una direzione opposta, fatta di leggerezza e flessibilità. Da Zegna, per esempio, i mocassini in suede, feltro di lana e nabuk accompagnano silhouette rilassate, con suole sottili e tomaie morbide. Sono pensati per adattarsi al movimento, collocandosi esteticamente in uno spazio intermedio tra tailoring e casual, senza appartenere completamente a nessuno dei due mondi.
In casa Emporio Armani il discorso si sviluppa lungo una linea di continuità con il passato. I mocassini, con superfici dall’effetto
consumato, sono parte integrante di un’estetica che lavora sull’equilibrio tra disciplina e spontaneità. Come sempre, le silhouette sono fluide e i volumi rilassati, e le scarpe sono in linea con questo andamento. Anche Demna riprende per Gucci i codici d’archivio, dando nuove prospettive: i loafers conservano il loro carattere riconoscibile soprattutto nella versione pantofola con
interno in pelliccia. È un modello che conserva l’idea di lusso domestico in linea con la visione del nuovo direttore creativo. Da Stuart Weitzman, il modello Emmanuel affronta il tema in modo diretto con un aggiornamento dei tradizionali penny loafers, con una suola robusta, pensata per un utilizzo continuo.
Per Calvin Klein Collection, la direttrice creativa Veronica Leoni riduce tutto all’essenziale. I mocassini in lana mélange sono così parte integrante di un total look costruito sulle tonalità neutre del grigio. Cambiano i materiali, si alleggeriscono le costruzioni e si ampliano le possibilità di abbinamento: si può affermare che, dopo decenni dominati dalle sneakers, i mocassini si siano imposti con tanta forza da portare l’attenzione su una nuova idea di cool.



















